Dealer di poker: il mestiere che cambia quando le carte le dà il software

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Un dealer di poker distribuisce le carte, ed è il gesto che definisce il mestiere. È anche la prima cosa che questo modello gli toglie, non per ridurne il ruolo ma perché quel gesto lo fa meglio un software, e quello che resta al dealer è un lavoro diverso e più difficile.

È l’ottavo pezzo di una serie che ricostruisce uno studio dedicato al poker live come settore economico e organizzativo. Il precedente ha descritto chi gestisce le persone, i luoghi e le conversazioni. Restano chi produce i contenuti e chi sta materialmente ai tavoli.

Press Office Manager, l’ufficio stampa dentro l’organizzazione

Il primo dei due ruoli editoriali nasce da una condizione di partenza che lo studio dichiara come un vantaggio competitivo, e lo dichiara per differenza.

L’asset strategico dell’azienda editrice offre l’opportunità, a differenza di numerosissime realtà presenti nel settore, di disporre di servizi giornalistici con standard qualitativi di altissima professionalità. Non è una capacità che si compra evento per evento, è una struttura che c’è già.

Cosa fa

La funzione principale del press office manager è quella di ufficio stampa, e lo studio la scompone in tre compiti.

  • Redigere e inviare i comunicati stampa a tutti gli stakeholder.
  • Organizzare le produzioni giornalistiche in relazione al piano editoriale.
  • Garantire i termini di consegna.

Il terzo è l’unico obbligo misurabile dell’elenco, ed è quello che distingue un ufficio stampa da una buona intenzione. In un piano editoriale i contenuti hanno una data, e una data mancata sposta tutto quello che viene dopo.

Le inchieste giornalistiche

C’è poi una parte che va oltre il comunicato. In sinergia con il project manager, il POM progetta e realizza inchieste giornalistiche, prestando la massima collaborazione per la realizzazione di contenuti progettati e approvati dal PM.

La doppia condizione ricalca quella già vista per gli altri ruoli. Autonomia nell’esecuzione, perimetro definito da chi tiene il disegno complessivo.

Per realizzare quei contenuti il POM può costituire un team di lavoro, reclutando dall’HRM le unità organizzative che abbiano mostrato interesse a fornire supporto alle attività editoriali. È lo stesso meccanismo del triage descritto per l’account manager, applicato alla produzione invece che all’ascolto.

Un percorso verso la carriera di giornalista

L’ultima riga di questo ruolo è la più insolita, perché non descrive un compito ma un’apertura.

In accordo con il management della casa editrice mandante, nei casi di reale interesse sarà possibile avviare un percorso formativo professionale di alto livello per la carriera di giornalista.

Vale la pena leggerlo per quello che è. Chi entra nell’organizzazione con un ruolo tecnico, se mostra interesse per la parte editoriale, può uscirne con un mestiere diverso. L’organizzazione non offre solo un incarico, offre una strada.

Il team di digital marketing, la cabina di pilotaggio

Il secondo blocco editoriale è breve nello studio ma occupa una posizione centrale. Il team di digital marketing è di assoluto appannaggio del project manager.

L’immagine che lo studio sceglie per descriverlo è quella della cabina di pilotaggio. Attraverso il piano di comunicazione, processo dopo processo, fase dopo fase, guida l’organizzazione verso la realizzazione degli obiettivi di business.

Le tre parole che contano sono quelle sulla progressione. Non è una funzione che interviene a campagna finita per misurare i risultati, e non è nemmeno una che decide la direzione, perché la direzione è del PM. È quella che tiene la rotta mentre l’organizzazione si muove, un passaggio alla volta.

Chi sta ai tavoli, dealer di poker e floor-man

Gli ultimi due ruoli sono quelli che il pubblico vede, e sono anche gli unici che mantengono i compiti tradizionali — almeno sulla carta, perché uno dei due li mantiene molto meno di quanto la frase lasci pensare.

Il coordinamento dello staff

In fase di esercizio dell’evento live, l’HRM coordina l’intero staff. Stabilisce per ogni unità organizzativa la postazione iniziale ai tavoli e il turn over che dovranno applicare.

Lo studio dichiara anche a che scopo, ed è la ragione per cui questa non è logistica. Serve a garantire trasparenza e regolarità di gioco. Chi siede a quale tavolo e per quanto tempo non è una questione di turni, è una questione di correttezza della partita.

Il dealer di poker che non distribuisce le carte

I compiti principali dei dealer riguardano la gestione dei tavoli. Fin qui niente di nuovo. La differenza arriva subito dopo, e lo studio la marca come una distanza dal resto del mercato.

A differenza di quanto accade nella stragrande maggioranza delle organizzazioni presenti sul mercato, qui i dealer non avranno l’incombenza della distribuzione delle pocket card e della stesura del board, perché sarà il software installato su ogni tavolo a occuparsi dell’intera procedura per ogni fase dello spot.

Tolto il gesto che tradizionalmente definisce il mestiere, resta da capire cosa ci si mette al suo posto. Lo studio è netto. L’applicazione tecnologica permette di finalizzare nuove funzioni per i dealer impegnati ai tavoli, che diverranno dei veri e propri arbitri della partita.

Cosa vuol dire “professionali”

Il requisito che lo studio pone è doppio. I dealer dovranno essere e apparire professionali, grazie anche a degli appuntamenti formativi che forniranno le conoscenze necessarie per esplicare al meglio i propri compiti.

E poi, invece di lasciare la parola all’interpretazione, la definisce. Per “professionali” si intende:

  • l’adozione della massima concentrazione su quanto accade al tavolo;
  • guidare l’azione dei giocatori coinvolti;
  • monitorare e segnalare i turni di gioco.

Messa accanto a quello che il primo articolo di questa serie raccontava del settore — il dealer che a stento conosce la gerarchia delle combinazioni, o che fra una fase e l’altra si distrae — la distanza è tutta qui. Non si chiede di sapere di più, si chiede di esserci.

Il controllo passa dalle carte al software

C’è un compito nuovo che chiude il ragionamento, e che spiega perché “arbitro” non sia una metafora.

Il dealer verifica che quanto appare sul tappeto digitale sia coerente con il funzionamento atteso, e interviene tempestivamente in caso di malfunzionamenti, secondo le disposizioni ricevute in sede di coordinamento.

È un rovesciamento preciso. Prima il dealer era l’esecutore della procedura e i giocatori controllavano lui. Adesso la procedura la esegue la macchina, e il dealer controlla la macchina. Chi sta al tavolo smette di essere la mano che distribuisce e diventa la persona che garantisce.

Il push, ogni trenta minuti

Un dettaglio di mestiere che lo studio riporta in nota, e che spiega perché il turn over deciso dall’HRM non sia una scelta organizzativa ma un obbligo.

Le regole internazionali dei tornei live prevedono la sostituzione del dealer a ogni tavolo ogni trenta minuti. La procedura prevede, per ogni fila di tavoli, il trasferimento dei dealer al tavolo successivo, mandando in pausa chi si trova nell’ultimo tavolo della fila. In gergo si chiama “push”.

Il floor-man, la funzione che resta

L’ultimo ruolo è l’unico dei quattro descritti qui che lo studio lascia sostanzialmente com’è. La funzione tradizionale del floor-man è monitorare i tavoli di propria competenza e intervenire quando il dealer ne chiedesse l’intervento.

Vale la pena notare la direzione della richiesta. Il floor-man non sorveglia il dealer, risponde al dealer. È una figura che si attiva su chiamata di chi sta al tavolo, non una che passa a controllare.

I due casi che lo studio elenca sono precisi. Il primo è quando i giocatori perseverano in comportamenti maleducati o aggressivi. Il secondo è la chiamata del “tempo”, che vale la pena spiegare a chi non frequenta i tornei.

Quando un giocatore tarda ad assumere una decisione e un suo avversario gli chiama il tempo, il floor-man stabilisce gli ultimi sessanta secondi per decidere. Al termine dei quali la mano viene automaticamente foldata.

È l’unico punto di tutto il modello in cui una decisione viene tolta a una persona e affidata a un orologio, ed è affidata al floor-man perché qualcuno deve farlo partire.

Cosa ne ricavano

Con questi quattro ruoli l’organizzazione è completa. Ci sono chi la guida, chi gestisce le persone, chi procura i luoghi, chi presidia le conversazioni, chi produce i contenuti e chi sta ai tavoli.

Resta la domanda che tiene in piedi tutto il resto. A queste persone si chiede più attenzione, più responsabilità e, per chi lo vuole, un ruolo attivo anche fuori dai giorni dell’evento. In cambio di cosa.

È la parte del modello che riguarda i soldi, ed è l’oggetto del prossimo articolo della serie.

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