Osservazione partecipante nel poker live: il metodo di chi era già dentro

In questo articolo

L’osservazione partecipante è il metodo con cui lo studio ha raccolto i dati sul poker live, standoci dentro. Un torneo dal vivo si può organizzare oppure si può studiare, e sono due cose diverse. Un modello descritto resta un’ipotesi finché non lo si mette alla prova su qualcosa di reale, con un metodo dichiarato che permetta a chi legge di giudicare se la verifica regge.

È il quinto pezzo di una serie che ricostruisce uno studio dedicato al poker live come settore economico e organizzativo. I primi quattro hanno costruito la teoria, dalla fotografia del settore fino alla forma organizzativa che se ne propone. Questo spiega con quale metodo quella teoria viene verificata.

La domanda da cui parte lo studio

Un metodo si sceglie in funzione della domanda a cui deve rispondere, quindi conviene enunciarla prima. Lo studio ne dichiara una sola, articolata in tre parti.

  • Se e come introdurre nuove regole nel poker Texas Hold’em.
  • Al fine di un possibile riconoscimento in qualità di disciplina sportiva di abilità.
  • E come trovare una formula che lo porti fuori dalla categoria di gioco d’azzardo, nella quale è tutt’oggi considerato.

Questo articolo non discute quella domanda, la registra. Serve a spiegare perché il metodo scelto sia quello e non un altro, ed è l’unico ruolo che ha qui.

Vale però la pena notare com’è costruita. Non chiede se il poker sia un gioco di abilità, che sarebbe una domanda teorica. Chiede se e come si introducono delle regole, cioè che cosa si dovrebbe fare perché una certa conseguenza diventi possibile. È una domanda sul come, ed è questo a determinare tutto il resto.

Perché il case study e non altro

La ragione dichiarata è la corrispondenza fra il metodo e la domanda, quello che Edmondson e McManus chiamano methodological fit nella ricerca sul campo in ambito manageriale.

Il case study, scrive lo studio, permette di rispondere alle domande sul “come” specifici fenomeni si ritrovano in un determinato contesto. È esattamente la forma della domanda di partenza, e da qui discende la scelta.

Conviene fermarsi su cosa questo esclude. Un metodo quantitativo avrebbe risposto a domande su quanto — quanti eventi, quanti partecipanti, quale variazione. La domanda però non è di quel tipo. Chiede come una cosa possa accadere dentro un contesto preciso, e per quel genere di domanda servono strumenti che guardino il contesto invece di misurarlo.

Il metodo che identifica l’oggetto

C’è un passaggio breve e denso, ripreso da Stake. Il metodo del case study identifica l’oggetto dello studio.

Non è ovvio come sembra. Nella maggior parte delle ricerche l’oggetto viene prima e il metodo dopo, come strumento per aggredirlo. Qui il rapporto si rovescia. Scegliere il case study significa dire che l’oggetto è un caso singolo, con dei confini, e che quei confini fanno parte di quello che si studia.

Il caso che lo studio presenta è stato ritenuto significativo al fine di confermare la teoria analizzata e proposta nella prima parte del lavoro. Ha quindi un compito preciso, che è mettere alla prova qualcosa di già formulato.

Il fine non è generalizzare

Qui lo studio dichiara un limite prima che glielo si contesti, e lo fa richiamando ancora Stake. Il fine non è quello di generalizzare, ma di comprendere in maniera approfondita il caso nelle sue peculiarità distintive e nel contesto sociale ed economico proprio.

È una dichiarazione che vale la pena prendere sul serio, perché stabilisce cosa si può e cosa non si può concludere da quello che segue. Un caso studiato in profondità non dimostra che le stesse cose accadranno altrove. Dimostra che sono accadute lì, in quel contesto, per ragioni che si possono ricostruire.

Le due espressioni scelte dicono dove sta il valore. Peculiarità distintive significa che a interessare è quello che quel caso ha di proprio, non quello che ha in comune con altri. Contesto sociale ed economico proprio significa che il caso non si stacca dall’ambiente in cui è avvenuto, perché l’ambiente è parte del risultato.

L’osservazione partecipante

Scelto il metodo, resta da dire come sono stati raccolti i dati. Lo studio indica la metodologia dell’osservazione partecipante, nei termini in cui la descrive Corbetta in Metodologia e tecniche della ricerca sociale.

La tecnica è stata resa possibile da una circostanza precisa, ed è dichiarata apertamente. L’autore è organizzatore di eventi. Non ha osservato il settore da fuori chiedendo il permesso di entrare, ma era già dentro, con un ruolo.

Questo gli ha consentito di avere una visione completa della strategia da adottare e delle relazioni tra gli attori interni. Sono due cose diverse. La strategia è quello che l’organizzazione decide; le relazioni fra gli attori sono quello che l’organizzazione è. La seconda, di norma, non si vede dai documenti.

Cosa consente di vedere

L’osservazione partecipante consente di esaminare le attività e gli approcci in determinati ambiti in maniera approfondita, e lo studio specifica su quali tre piani. Come, dove e perché accadono.

La ragione è che si osservano e si verificano di persona documenti, persone e spazi. Sono tre categorie di dato distinte, e solo la prima è disponibile a distanza. Le persone e gli spazi si osservano solo essendoci.

A questo si aggiunge la possibilità di realizzare interviste sia formali che informali. La distinzione conta. L’intervista formale raccoglie quello che una persona dichiara nel suo ruolo; quella informale raccoglie quello che dice quando non lo sta esercitando.

Oltre il linguaggio verbale

Il punto d’arrivo del passaggio è il più interessante. La tecnica permette di integrare le analisi oggettive con intuizioni oltre il linguaggio verbale e la lettura dei documenti.

Lo studio non rinuncia all’analisi oggettiva, la integra. E quello che aggiunge è dichiarato per quello che è, cioè intuizione — qualcosa che si coglie stando dentro e che né una dichiarazione né un documento restituirebbero.

Il risultato che lo studio rivendica è di dare maggior profondità e valore alla ricerca. Vale la pena rileggerlo insieme al limite dichiarato poco sopra. Il metodo rinuncia alla generalizzazione e in cambio ottiene la profondità, ed è uno scambio consapevole, non un ripiego.

Dal metodo alla struttura

Dichiarato il metodo, lo studio può passare alla parte applicativa. Ed è qui che la teoria smette di essere una descrizione e diventa un’organizzazione con dei ruoli, delle responsabilità e delle persone dentro.

Il primo passaggio riguarda di che cosa è fatta quell’organizzazione e chi la guida, cioè gli strumenti su cui poggia e la figura in cui nasce il progetto.

Aprire o rilanciare la tua poker room con il modello Poker Social Enterprise

Articoli Correlati

Richiedi informazioni